Ciao Pirata

02/14/2011

Lavoravo quella sera, me lo ricorderò per tutta la vita, un San Valentino come un altro, chi si diverte e chi, per una volta, deve stare dalla parte di chi deve far divertire.

La notizia mi è arrivata all’orecchio silenziosa, quasi falsa: “Pantani è morto”. No, dai, è una presa per il culo. Ho aspettato di arrivare a casa e guardare sul televideo per capire che era tutto vero. Non riuscivo a farmene una ragione, non lui, lui doveva vincere un altro Giro prima di andarsene, doveva riprendersi quello del ’99 che s’erano portati via, forse ingiustamente.

Vederlo portar via dai Carabinieri era stata dura per me, figurati per lui che s’era già rialzato decine di volte. Ma quella volta no, era troppo. Ci ha provato, ha aiutato Garzelli a imporsi nel 2000, ha battuto Armstrong al Tour, ma non è mai tornato quello di prima, come se la bici pesasse ormai troppo per un esile scalatore come lui, sfiancato da mille battaglie contro se stesso e contro la sfiga.

Me lo ricordo quel Giro del ’98, come fosse ieri, avevo 13 anni. Da sempre appassionato di qualsiasi tipo di sport, mi avvicinavo curioso al ciclismo, quasi con discrezione e rispetto. Ne avevo già sentito parlare, “È quello che s’è schiantato contro la macchina” “L’anno scorso gli ha attraversato la strada un gatto nero e ha rischiato”, ne discutevo con mio cugino, anche lui come me amante delle fatiche altrui. Quel Giro, Pantani più che altro, mi ha fatto innamorare del ciclismo, l’ho seguito incollato alla TV come solo il Mondiale negli USA era stato in grado di fare, ho guardato Marco volare sulle montagne d’Italia, portare allo sfinimento Tonkov fino a farlo crollare, sbirciare preoccupato la cronometro finale dalla vetrina di un negozio ed esultare per la vittoria del Pirata. Poi il Tour, iniziato quasi in sordina e sfociato in un crescendo di successi che l’ha portato ad essere il primo italiano dopo Gimondi a riuscire nell’accoppiata nello stesso anno.

E infine quell’episodio a Madonna di Campiglio e la rabbia e la fine di un Campione da cui la vita ha forse preteso troppo. Nessuno mi ha fatto palpitare come Pantani era in grado di fare, nessuno è mai riuscito ad alzarsi sui pedali con la sua stessa foga e voglia di mangiare la strada. Nessuno.

Ciao Pirata!

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