Capitolo Primo

by dead.Ego on 05/18/2009

CAPITOLO PRIMO

(Scarica versione PDF — © 2009 Filippo Sarzana)

LUI

Dear God” degli Avenged Sevenfold.Una canzone metal ma triste mentre le ruote da 20″ carrovano a fianco dei marciapiedi. La scuola era finita, almeno fino a Gennaio. Cosa si fa stasera? Presi il BlackBerry dai jeans blu scuro. Rapidamente cercai il nome di Marco nella rubrica. Anche lui sarà uscito da scuola ormai.

<<Ciao Piz>> – era il mio soprannome, dedotto da Filippo –

<<Ciao Marco>> risposi impulsivamente <<ascolta, stasera?>>

<< Ci troviamo in Piazza? poi boh, quel che succede succede>> rapidamente anche lui mi disse il programma inesistente della serata.

<< 22.30 in Piazza Castello>> e buttai giù il telefono.

Bene. Almeno qualcosa da fare c’era anche se incerto perchè i ricordi di quella mattina mi avevano abbattuto ed in più come se non bastasse si era aggiunta quella ragazza odiosa. Con il tasto destro aprii il portone del garage. Scesi dalla macchina dopo averla parcheggiata ben attaccata al muro per lasciare eventuale spazio alla BMW di Francesca. Presi l’ascensore e salii rapidamente le scale affamato.


Ore 13.43. Aprii la porta di casa, e mi bastò una spinta. Era socchiusa. Dentro, con le persiane ancora chiuse, i fasci di luce fioca illuminavano qua e là la stanza. Le assi del parquet cigolavano e scricchiolavano sotto i miei passi. Cos’ era quell’ atmosfera da incubo? L’ appartamento sembrava quasi abbandonato.

<<Sono di qua>>.

La voce di mio padre mozzata. Stava piangendo.

<<Pà, cos’è successo?>> incredulo.

<< Francesca se n’è andata alla fine…>> non riusciva più a proseguire perchè le lacrime che gli rigavano il volto scendevano copiose e prepotenti fino alle labbra su cui si smarrivano.

<<Tranquillo pà, ce la caveremo. Ora lavati che ci preparo qualcosa da mangiare>>. Lui. Claudio era mio padre. 67 anni ma ancora giovane. Muratore da una vita, una vita vissuta, eticamente sempre giusto ed imparziale e disponibile a tutti. Ormai da un anno però litigava giorno dopo giorno con la matrigna. Erano vere e proprie lotte, senza risparmi, senza pause. Francesca era stata l’unica donna dopo la morte di mia madre 10 anni fa. Claudio si era ripreso ed aveva trovato nella mia matrigna, ex matrigna, una nuova “moglie”, donna d’amare. Ed oggi lei lo aveva abbandonato dicendo che non era più premuroso ed attento alle sue cure come prima. Bene. Vattene. Che a mio padre ci penso io.

La rabbia mi pervadeva il corpo mentre nervoso prendere le pentole come mazze da baseball per riempirle d’acqua. Non riuscivo più a ragionare come se vedessi tutto annebbiato o sfuocato. Quella donna aveva vissuto con noi per 8 anni, da quando si era trasferita a casa nostra, ed ora invece se n’era andata adducendo una scusa alquanto squallida ed insignificante. Le davo ragione, certo, lei aveva 37 anni. Troppo giovane per mio padre, ma io ho sempre odiato chi mente. Ero talmente furioso che, dopo aver fatto cadere 2 piatti di ceramica che si accumalavano su quelli già precedentemente rotti, presi il telefono di casa e chiamai.

<< Salve, Pronto Pizza, buongiorno.>>

<<Due margherite e due birre in via Castelfidardo 9. Grazie>>.

<<Arrivano subito>> e riattaccai ferocemente.

Ero ancora scosso quando passavo l’aspirapolvere nel salotto chiedendomi cosa ne sarebbe stato di me e mio padre, nonostante tutto consapevole che ce l’avremmo fatta. Il pulire la casa accompagnato della musica del mio ipod mentre Claudio dormiva mi lasciava troppo tempo per riflettere. Andavo avanti e indietro ripetutamente pensando che avrei dovuto scoprire il nome quella ragazza.

Ora.

Io potevo sembrare a prima vista un ragazzo di quelli “duri”, di quelli “bulli”, ma in realtà ciò che i miei muscoli nascondono sono una fragilità costante, una paura pressante. Paura di scegliere, di volere, di chiedere, di amare. Paura di essere me stesso. Avevo poco di cui andare orgoglioso: i miei capelli neri, gli occhi azzurri, i muscoli delle braccia e delle spalle. Ma poi, oltre a quello, chi ero io?

E’ la domanda fondamentale della vita, tutti sono in cerca della risposta che giusta non esiste. Io almeno avevo il coraggio di ammettere che lì, in quel momento non ero nessuno. Finii velocemente di sistemare i cartoni delle pizza d’ asporto e andai nella mia stanza solo dopo essermi assicurato che mio padre stesse ancora dormendo. Chiudo la porta, attento a non fare rumore. Mi siedo alla scrivania. Apro la finestra, piove ancora, sembra ghiaccio. Accendo una sigaretta con la destra mentre con l’altra mano tengo la tazzina del caffè della moka appena fatto. Premo il pulsante d’accensione del computer ultratecnologico. Almeno di quello me ne intendevo.

Pensai <<Vediamo FaceBook cosa offre>>. Curioso ed ansioso alla ricerca di un nome. Un volto. Qualcosa di lei. “www.facebook.com”. Inserii nello strumento di ricerca il nome della mia scuola: 318 possibili combinazioni. Merda, non conosco nessuno in quella dannatissima scuola. Chi potrebbe essere lei? Non potevo passare 8 ore a guardare i nomi e cercare di associarli a delle foto. Elisa, Elisa, Elisabetta, Elle. Chi cazzo mai si chiamerà Elle? Erica, Francesca, Flavia. Ce n’erano troppi ed io ormai non ne avevo più voglia. In qualche modo però, se possibile, volevo ancora il sorriso che lei, sculettando vittoriosa, oggi mi aveva dato. Da quanto tempo non mi sentivo realmente felice, nemmeno per un istante? Per quanto tempo ancora avrei dovuto camminare, correre sotto la pioggia?

Vibra il cellulare. Uno squillo. Non è lei, lo so, anche se quella possibilità è l’unica che mi rimane in testa. Penso solo a quello altrimenti chi mai mi farebbe uno squillo, eccetto Marco. Ma cosa poteva volere?… Chi mi conosceva, io che sono l’ignoto?…Allora era lei? Mi trema la mano mentre prendo il BlackBerry 8110 e rapidamente sblocco la tastiera per vedere bene la scritta “Una chiamata persa” ed il numero solo composto da cifre senza alcuna corrispondenza nella mia rubrica. “Invia SMS a +39…..”. “Chi sei?”. La mia domanda è semplice e diretta. Potrebbe essere chiunque, ho anche il numero su FaceBook. Vibra di nuovo per segnalarmi l’invio del mio messaggio. Ora non resta che attendere ed intanto accendo Itunes per passare l’attesa.

La canzone che scrivo per te” dei Marlene Kuntz. La voce roca che gratta nelle casse del mio Dolby Sorround ed è perfetta così, in perfetta sintonia con la nuova ed attesa vibrazione del BB. SMS. Sblocco la tastiera. Visualizza SMS. “Ciao Piz, sono Karol. Già non ti ricordi più di me? Scusami, avevo cambiato numero. Come stai, come va a Milano?”

Merda. Cazzo. Perchè?

Le emozioni che trapassavano le mie membra erano troppe e troppo distinte tra loro senza lasciare spazio al respiro affannoso che mi riempiva i polmoni. Un messaggio così però lasciava anche troppo spazio alle interpretazioni. Voleva tornare con me. Voleva sapere. Voleva che io avessi il suo numero. Voleva dirmi qualcosa. Che cazzo voleva?

Decido improvvisamente di non rispondere, non le dovevo niente più in fondo e non ne volevo sapere altro. Non oggi. Oggi era già tutto troppo caotico. Lancio il cellulare sul letto ed accendo una sigaretta. Mancano 5 ore pirma di uscire ed io sono qui con un messaggio di una mia ex ancora troppo importante ed una droga tra le dita da aspirare e riempire lo spazio vuoto dentro di me con il suo fumo denso. Lei, troppo importante per essere dimenticata, ed ero qui con mio padre distrutto per la sua perdita di Francesca, e la mia testa piena di un desiderio strano e sconosciuto per una ragazza sconosciuta. Sconsolato, mentra la canzone finiva mi addormentai spegnendo la Lucky Strike nel posacenere e mi abbandonai ai ricordi di un passato ancora non tanto lontano. Al ricordo di Carolina, oggi tornata prepotente nei miei pensieri e nella mia vita. Stronza. Ricordo. Ricordi e pensieri vaghi. Una lettera che scrissi, ancora stampata in testa.


Mi è sempre stato insegnato che la parte più difficile dello scrivere è l’ inizio.

Come cominciare una lettera che non sai dove porta?

Fortuna mia, so da dove è iniziata. Anzi il suo inizio è molto prima.

Era stata un’ estate lunga, forse dovuta all’ esperienza di lavoro senza pause, forse dovuta alla storia conclusasi tragicamente il Giugno passato con Arianna, quella storia che sulla mia persona aveva lasciato un segno inconfondibile di sfiducia, amarezza e disprezzo. Delusione. Sì, ero deluso, senza pensieri né iniziative. Passavo la giornata a lavorare vicino al caldo cocente del forno a legge, e le nottate a bere con le prima persone che incontravo, non perché non avessi più amici, ma forse perché erano loro quelli che volevo evitare, quelli che GIA’ mi conoscevano e fin troppo bene.


Era stata la stessa estate in cui avevo finito le lacrime da versare, in cui la mia voglia di scappare, fuggire, andarmene era l’ unico pensiero che mi sosteneva a spegnere la sveglia ogni giorno. Ed ogni giorno combattevo contro me stesso, contro i miei genitori, i miei amici che vedevano in me un ragazzo appena diciottenne che finiva come tutti gli altri delusi della propria vita, senza idee, senza voglia, senza sentimento. Io non volevo che finisse così. Non volevo essere COME gli altri. Volevo distinguermi, desideravo che qualcuno mi notasse, che vedesse che io ero diverso, che non ero COME gli altri. Forse però, quella diversità che io andavo a sbandierare a chiunque, quella stessa diversità era solo nella mia testa, nel mio continuo cercare, nella mia continua bramosia di una via di fuga.


L’ estate correva, come correvano i giorni le ore i minuti i secondi senza mai fermarsi, il tempo tiranno mi seguiva, m’ inseguiva senza sosta, convinto che prima o poi sarebbe arrivato il mio momento di scegliere perché “non può piovere per sempre”, e dal tempo, dalla propria vita non si può scappare. Non ci puoi riuscire. Non saresti umano. Io lo ero invece, ero un uomo, un ragazzo che in aveva trovato la sua unica via di fuga in quella stessa Arianna che lo aveva abbandonato.


Ma sono testardo, lo sai, e lo ero anche allora. Contro quella fottuta vita di merda che mi era stata data dovevo lottare o che uomo sarei stato altrimenti? Che diciottenne, ventenne e trentenne sarei poi diventato fuggendo? Il passato e il futuro. Uno mi rincorreva da dietro, mentre l’altro mi aspettava di fronte, pronto a fermarmi, colpirmi e sotterrarmi. In preda a questi pensieri, a queste corse repentine Agosto era trascorso interamente. Fu lì, in un mese orribile per tante cose, in quello stesso mese di merda che trovai la mia via di fuga, la mia “salvezza”.


La serata nel ristorante era conclusa, Sabato 1 Settembre 2007, una serata come tante altre fino a quel momento. Sparecchio e apparecchio i tavoli, pulisco la sala da cima a fondo consapevole che di lì a poco avrei trascorso l’ennesima delle mie banali serate ed inconsapevole che invece non sarebbe stato assolutamente così. Mi cambio, mi lavo, esco dallo spogliatoio del ristorante di Lodivecchio quando la campana del duomo suona le 23.30. Tranquillo ordino una Corona senza limone, grazie. Mi siedo fuori mentre parlo con il pizzaiolo Salvo e intanto fumiamo, io una Lucky Strike e lui Diana Blu. Nessuno sapeva che avrei dovuto scroccarne una a breve. Un’ altra Diana Blu. Saluto, salgo sul motorino e prima di accendere la musica del mio Ipod chiamo mio cugino Tommaso:”Pronto” dice lui “si, ciao Tom, ascoltami, dove sei?” chiedo io “sono alla Coldana, vieni che ti presento la mia ragazza Daniela”. Ok. Perfetto. Qualcosa di diverso. Divertito metto gli auricolare scegliendo appositamente la canzone che mi potesse accompagnare negli otto chilometri di strada che avrei dovuto fare. “Awake” dei Finch. La musica potente scandiva i rombi del mio cinquantino. La musica, le urla del cantante riempivano l’eco delle mia testa che mai, dal 2 Giungo, si era più riempita di altri pensieri che non fossero la fuga, inconsapevole che ora avrei dovuto incominciare ad inseguire. Passano le canzoni, i minuti e le luci a lato della strano, mentre il mio punto di partenza si avvicinava. Ero vestito come al solito quando staccavo dal lavoro: camicia bianca, rigorosamente maniche lunghe, pantaloni neri, e scarpe della Puma rosse e nere. Sovrappensiero getto uno sguardo nello specchietto del motorino, sorpreso dell’azione e della reazione: mi sentivo bene. Leggero. Il casco sotto al braccio, la sigaretta, un’altra, accesa nella destra mentre attraversavo la Coldana scorgendo a malapena il gesto di Tommy sorpreso del mio arrivo così repentino.


Piacere, Filippo.” “Ciao, piacere mio, Giulia”.


Ricordo che ti aveva scorta non appena ero entrato. Indossavi una maglietta bianca scollata, il tuo immancabile giubbotto nero di pelle che ti rendeva così accattivante, e i jeans grigio chiaro con le borchie che, permettimelo, ti facevano un culo splendido. Ormai Daniela non m’interessava più.


Io confuso dalla situazione mi sedetti a fianco a te, intimorito come se tu potessi essere la ragazza di uno dei miei amici, e consapevole che però non lo fossi. Non c’era stato bisogno di presentazione. Un nome a testa e via. Un sambuca per me, senza ghiaccio grazie. C’era il ghiaccio e per spaccarlo decisi che mi sarei dovuto lamentare un po’. Ti chiesi se lo volevi assaggiare ma tu negasti, ma non volevo farti ubriacare, volevo che tu parlassi con me perché la mia testa in quel momento non era più solamente un peso sulle mie spalle, non la sentivo proprio, non ragionavo, così assorbito dai tuoi sguardi da sentirmi compreso ed ascoltato, così unico da sentirmi diverso come da ormai tre mesi cercavo di essere. Sapevo benissimo cosa fare, dovevo interagire con me, e non bastò nemmeno l’attimo per formulare questo pensiero che già le parole fluivano calme dalla mia bocca. Era davvero una sensazione unica senza la quale, lo so, e lo sapevo già allora, non sarei più riuscito a vivere. I miei occhi giravano lenti, soffermandosi sulle parti sinuose del tuo corpo, così bello, seppur vestito, così amabile, dolce e provocante. Io sapevo di essere uno che sa cogliere i più piccoli particolari e renderli caratterizzazioni psicologiche, ma con te era impossibile, o forse semplicemente non volevo, non mi serviva, volevo riniziare e ne avevo avuto l’occasione. Tu non mi conoscevi come tutti in quella zona all’aperto sapevano. Tu dovevi giudicarmi per chi ero in quegli istanti infiniti in cui le nostre frasi si sovrapponevano eccitate, in cui i nostri sguardi si incrociavano ansiosi, in cui forse avremmo voluto avere di più. Sapere già cosa fare e farlo. “vuoi una sigaretta?” “no, grazie ce le ho”. Diana Blu. Merda. Fottuto destino che si prende gioco di me. Mezz’ora prima avevo detto al mio pizzaiolo che odio quelli che le fumano, ma ora come avrei potuto dirlo? Decisamente non potevo. Lascia perdere, anche perché che importanza potevano avere 20 sigarette in un pacchetto bianco in cui l’unica cosa che cambiava erano le scritte? Nessuna, infatti. La nicotina entrava libera e serena nel mio corpo. Da quel momento ci furono tre momenti in cui una sigaretta è d’obbligo: dopo il sesso, dopo il pranzo e dopo averti conosciuta. Era un orgasmo di emozioni, credimi, senza freno, il cuore che batteva, i muscoli avidi di movimento e le corde vocali che vibravano nella gola ansiose di poter liberare un grido di gioia e di felicità.


Carolina.


Qual era però il motivo che l’aveva spinto in quel di Lodi, ora che sapevo che era la cugina di Giulia, e come mai tutta sola dopo che mi aveva raccontato del suo diciottesimo, e del vestito verde corto che aveva indossato e della sbornia. Perchè era sola? Perché?


Lei era sola come me. Lo capii. Cercava ciò che io avevo trovato in lei: tranquillità, fiducia e comprensione. Né io né lei lo sapevamo ancora, ovvio. Né io né lei eravamo pronti a ripartire così senza sapere nulla. Ci sarebbe servita troppa fiducia, e quella a noi mancava, lei per il suo ragazzo ed io per la mia Arianna che in quel momento di fulgidi pensieri scorsi insieme al suo nuovo ragazzo in mezzo al cortile della Coldana. Avrei potuto alzarmi, incazzarmi, urlare, gridare, piangere. Risi.


Perché avrei dovuto volere ancora lei, quella che mi aveva tradito, che non mi aveva amato, compreso e tranquillizzato, quando di fronte a me, Carolina con un solo sguardo e qualche parola mi aveva dato più di quanto Arianna fosse riuscita a trasmettermi in due mesi. Rimane certamente una storia importante, che mi ha cambiato e fatto arrivare fin dove sono arrivato. Ma non era la storia che volevo, non quella che mi sarebbe servita in quel momento. No. La storia che cercavo era la possibilità che mi si era parata davanti, ma perché continuavo a farmi questi pensieri quando avrei dovuto parlare con lei? La mia testa si fermò improvvisamente. Non so quanti anni abbia. La mia età. Di Piacenza. Fa l’ artistico. Ogni parola era dolce. Ed io imbambolato la fissavo quasi avidamente, quasi irrispettosamente, come se fossimo solo noi due. Complici. Eravamo complici di quegli sguardi perché evidentemente lei pensava le stesse cose che pensavo io, due giovani amanti innamorati, divisi da un legame ancora troppo forte con la realtà che li aveva formati, ma così vicini in quelle loro storie tristi e pieni di amarezza. Parlami di te, ti prego. Volevo sapere ogni cosa, volevo che la sua vita mi entrasse nella testa e che non smettesse mai di eccitarmi, saziarmi e volermi. Volevo che il suo profumo uscisse da quella maglietta bianca che le incorniciava il seno, attraversasse lo spessore del giubbotto nero e mi riempisse il naso. Volevo che quel profumo, quell’odore di donna e ragazza mi inebriasse, mi rendesse ancora più vivo di quanto già non fossi. Non ricordo il nome del profumo, ma che importanza avrebbe saperlo quanto già so che era perfetto? Non serve sempre un nome per identificare una cosa. Basta averne l’idea, il tatto, la vicinanza. Un’altra sigaretta, questa più lenta, più assaporata che rendesse il mio naso e la mia testa un mix di nicotina e profumo, un luogo dove trovare piacere e compiacimento.


Ce l’avevo fatta, ero riuscito a recarmi lì dove la sua mente era già arrivata da un pezzo, perché sì, lei era molto più svelta a capire di me. Entrambi volevamo qualche occasione per parlare per conoscersi, entrambi consapevoli dell’incertezza che stavamo sfidando, ma entrambi consci che avremmo dovuto provare, o l’uno o l’altro si sarebbe dovuto buttare. Avremmo dovuto decidere in fretta. Avere il tempo necessario per noi, per capirci ancora più a fondo.


Andiamo?” chiesi.


Lei era già in piedi. Aveva fatto un cenno a Giulia, ed io a Tommy. Ce ne stavamo andando dalla Coldana, il luogo che ci aveva fatto incontrare, dove io personalmente non avrei mai cercato quella bella ragazza che mi aveva incantato in un attimo e che ora mi trascinava via con sé. Verso l’infinito? No. Io in motorino e loro tre in macchina ci stavamo dirigendo al Forno di Lodi. Arrivai prima io. Conoscevo le strade. Daniela arrivò in macchina nel momento in cui io mi stavo togliendo il casco dalla testa e davo risalto ai miei capelli ricci di ero sempre stato orgoglioso. Tolsi gli auricolari che ancora trasmettevano “Malinconica” dei Marlene Kuntz, spensi l’ Ipod, riponendolo in tasca. La domanda che ci percorreva le menti era semplicemente il motivo per cui ci trovavamo lì, quando tutti e quattro sapevamo l’uno le intenzioni dell’altro. Era una scusa. O almeno in quello si è trasformato. Io ed Carolina, complici amanti, ridevano dei finti litigi di Giulia e Tommy, noi due, ignari, o forse volutamente menefreghisti di ciò che stava girando intorno a noi. Non serviva respirare per sentire a fondo i battiti del mio cuore, quando lei completamente disinteressata delle parole dei due, si era rivolta a me appoggiando una mano sullo scooter. Ecco quello che serviva. Domande, risposte, una conversazione. Io, come burattino nelle sue splendidi mani da artista, muovevo i miei arti, le mie labbra e i miei occhi seguendo i movimenti dei fili tesi ed eccitati. Avevo il mio copione da recitare, ma per quella volta, come quel burattino educato seguivo la storia che entrambi istante per istante stavamo scrivendo. Una storia triste e romantica. Dolce e rabbiosa. Eccitante e rilassata. Piena d’amore, d’odio, di passioni consumate ed appena iniziate. Non ricordo di preciso di cosa avessimo parlato quella volta, perché la mia mente, il mio cervello, la parte razionale di me non era più in grado di calcolare le infinite possibilità di combinazioni per formulare un discorso, così rapito da quell’ enfasi, da quell’ estati che lei, Carolina, aveva infuso in me, da non saper più dire né come né perché io mi ritrovassi lì. Ma sapevo che ero felice. La felicità è un attimo fugace, ma io ero stato capace di tenerla. Di trattenerla. Lì con me, almeno per un mese. Forse perché la felicità era Carolina, forse perché io e lei eravamo felici, forse io e lei complici amanti, nell’uno avevamo trovato ricompensa dei nostri bisogni, desideri ed affannoso ricerche dopo tanto tempo, troppo tempo. Questa volta il casco lo indossai per tenere a freno e rinchiudere al sicuro i miei pensieri. Piazza Castello. Tutti erano lì, parlavano concitati, ma nessuno si era accorto, come avevo invece fatto io, che quella cazzo di piazza, così monotone e piatta, era ravvivata da questa infinita timida dolcezza che mi aveva fatto sorridere a tutti anche dopo una serata di lavoro come lo era stata quella sera, dopo una giornata come quella appena trascorso, dopo una scoperta così bella, drammatica e sconvolgente da sembrare quasi irreale. Dovevo andare a casa, era tardi, ero stanco e non avevo voglia di bere, non quella sera, non quella dannata stupenda notte. Salutai tutti, e mi soffermai un momento prima di decidere cosa fare. Non avevo il coraggio, lì di fronte a tutti di chiedere il numero ad Carolina, non avevo il coraggio e la spensieratezza di rischiare così tanto, perché sì, capisco le persone, ma non sempre, e con lei non ci riuscivo (o non volevo?). Non potevo fare quasi più nulla. Ringraziai e me ne andai come ero solito fare, nell’ ombra, ignoto ai più, quasi insignificante anche se sempre presente. Corsi a casa, parcheggiai il motorino, salii le scale, aprii la porta mentre i miei battiti acceleravano per l’emozione più che per la fatica. Mollai giù tutto ciò che mi impediva un solo importantissimo movimento. Presi il cellulare. “tom, dammi subito il numero di Carolina.”. Attimi di silenzio così profondo riempivano una stanza vuota ed impersonale. Vibra? No, non vibra. Merda. Non mi vuole ed io lo sapevo, ma perché l’ho fatto?. Lo so già, ora mi tocca andare ancora in depressione perché io sono un coglione. Ha vibrato? Si si si. Vibra vibra. Il numero che appariva sullo schermo non l’avevo in rubrica e quante possibilità c’erano che qualcuno all’ una di notte mandasse un messaggio a me, considerata dopo tutta l’estate il bocciato lavoratore?. Ce n’erano veramente poche, ma come potevo non credere nel destino in quella notte dove quello stesso destino mi aveva guidato da lei, mi aveva fatto rincontrare quelle dolci sensazioni che io e il mio corpo non conoscevamo da tanto. “Potevi chiederlo direttamente a me il numero, comunque per me va bene uscire qualche volta con te”. Bacio.


Cosa? * non dire così altrimenti sembra che tu non lo voglia.*


No. Lo voglio. Lo volevo. Ero stanco, stressato, ambizioso, coraggioso, fiducioso.


Ero felice. Quella notte era dannatamente e fottutamente mia. E quella notte ero dannatamente e fottutamente felice.


Felice, cazzo.


E lei?…Lei non lo so. Ma io ero sicuro come non mai quella notte, ero sicuro di me stesso come non mi capitava da tanto tempo. Ero sicuro che sarei stato capace di renderla felice quanto me.


Buonanotte, Carol. Un bacio.”


A lettere cubitali ancora questa, ogni parola, virgola, punto era impresso nella mia mente come un copione da recitare ed ora nel mio sogno, dormendo, la rileggevo ancora una volta.Improvvisamente un rumore interrompe quel dolce e fastidioso dormiveglia. Sta suonando MSN. Un messaggio. Due messaggi.

Chi mai voleva qualcosa a quest’ora? Erano già le 8 di sera, tutti mangiavano. Karol. Il suo nome brillava forte sullo schermo. Il suo nome mi ronzava in testa insopportabile. Tanto dentro da far quasi male. “Come mai non rispondi al mio messaggio? Volevo darti una notizia importante ma se non ci sei, niente.” Ancora? E poi quella notizia, qualunque essa fosse non volevo saperla, non la volevo conoscere. Per me era ininfluente. Un gesto drastico, non voglio più ascoltarla, leggerla, vederla e lei lo avrebbe dovuto sapere benissimo. Spengo il pc. Accendo lo stereo.I Dufresne con “Oltre la pioggia”. Χαος.


L’acqua tiepida scendeva rapida ed eccitante sulle mie spalle, la mia schiena e mi perdevo in quello stato così sublime da sembrare irreale. Era come lavarsi via ogni senso esteriore per concentrarsi invece sull’ io interiore, su quello che volevo e pensavo. Ero conteso, strappato in due. Il mio passato, Carolina, il mio presente, lei. Bè, pensare che fossi colpito da una ragazza di cui non conoscevo nemmeno il nome mi faceva sempre sorridere. Era dolce. Ignoto. L’ignoto è dolce e soddisfacente è scoprirlo e svelarlo. Quanto ci vorrà però? Dove troverò il coraggio io che non ne ho mai avuto in queste cose? Chiusi il rubinetto quando mi accorsi dell’ora: 21.30. Avevo solamente un’ora per mangiare e vestirmi. Ok, non ero un’occasione importante perchè dovevamo solamente andare dove non sapevamo ancora. Mi misi l’asciugamano intorno alla vita, passai davanti allo specchio rendendomi ancora una volta conto di quanto mi piacesse ciò che era diventato il mio fisico. In camera i Linea 77 e “Mi vida” rompevano la tranquillità del buio. Accesi la luce ed incomincia a pensare al mio abbigliamento. La spia rossa del BlackBerry lampeggiava insistentemente per avvisarmi che mi era arrivato qualcosa. Sblocco la tastiera. Una chiamata persa. Karol. Basta. Ti odio, stronza. La rabbia che quel nome mi provocava era incontenibile, troppo forte, troppo intensa e fastidiosa. Troppo odio e faceva ancora troppo male. Perchè piangevo? Perchè le lacrime scendevano senza che io lo volessi? Oddio, no! Mi stesi sul letto singhiozzando, cercando di non pensare ancora a Carolina. Passarono i minuti senza nessun movimento o rumore, poi mi alzai. Improvvisamente. Presi in pantoloni scuri appoggiati allo schienale della sedia. Indossai la solita camicia nera. Maglione nero. Vans “Old Skool”. Passai dalla cucina per salutare mio padre, senza fermarmi nemmeno per prendere un pezzo di pane. Presi le chiavi della macchina e fui fuori alle 22.20. Non ero in ritardo, ci avrei messo circa 7 minuti, ormai lo sapevo. Subito fuori dalla porta mi bloccai così a lungo che la luce delle scale interne si spense. Devo smettere di pensarle. Di pensarla. Così senza riflettere giù fino al garage e mi gettai in macchina sperando che almeno la musica potesse distrarmi.

Infinito” di Raf. No. Cambio canzone. “Immobile” di Alessandra Amoroso. Sì. Accendo la macchina. Il testo di quella canzone è troppo vero, troppo giusto. Andava da dio con la mia malinconia. Accelaravo sempre di più appena fuori dal portone. Non davo pause al motore che ruggiva finchè non arrivai ai 212 Km/h e i giri sopra i 5000 rpm. Ero potente in quella notte nera e stronza. Ero forte e volevo esserlo, volevo dannatamente cambiare. Forse quella sera ce l’avrei fatta, ne ero certo. Ore 22.30. In orario spaccato. Nemmeno un secondo di ritardo e vedo Marco aspettarmi nel parcheggio in fondo a Piazza Castello.

<<Sei in ritardo, Piz>>

<<Non è vero>> risposi leggermente irritato, perchè quella sera non mi andava. Quella cazzo di sera no.

<<Ci facciamo una birra?>> La proposta mi allettava, quello non era un cambiamento ma solo un modo per iniziarlo.

<<4 Heineken>> Chissà perchè proprio 4? <<così ci portiamo avanti>>. Sembrava che il mio amico mi avesse letto nella mente. Così ci portavamo avanti. Una lunga sorsata di birra ghiacciata del baracchino che ormai conoscevamo da 6 lunghi mesi, da quando avevo incontrato Marco per la prima volta; forse il mio unico amico da allora. Quella bevanda alcolica era ciò che mi serviva per iniziare a parlare. Gli raccontai tutto, anche se non i particolari dei miei pensieri perchè, lo sapevo, si sarebbe annoiato subito. Quella notte la sua ragazza, Clara, Kler per gli amici, non c’era. Era libero, come me; libero di pensare e di pensare a me che stavo male ed avevo bisogno di lui.


<<Carolina cosa c’entra?>> chiese lui curioso, anche se ovviamente sapeva ogni cosa di Karol, ed era già furioso solo al nominarla.

<<Non lo so e non l’ho ancora capito>> ed effettivamente non lo sapevo.

<<Devi dimenticarla, è parte del tuo passato, ora sei qui, pensa a Lei, come la chiami tu.>> Aveva ragione ma in qualche modo Karol tornava ripetutamente nella mia testa instancabile ed infaticabile. Un’altra sorsata di birra. Andava giù lungo la gola divinamente, era acqua ormai, nè più nè meno. La nottata vuota mi constringeva a pensare ed io non ne avevo voglia così proposi a Marco, dopo aver preso anche la terza Heineken a testa, di andare da qualche parte.

<<Alcatraz?>> Disse lui risoluto. Certo, ma guido io.

Marco non andava mai veloce, io invece non risparmiavo benzina, non pensavo al costo, schiacciavo, buttavo giù l’acceleratore senza rimorsi. Arrivammo in fretta al locale trovando parcheggio lì di fronte. In quel posto non c’ero mai stato se non una volta per una festa. Dentro sì, me lo ricordavo, era una discoteca, un piano bar e spogliarelliste ovunque. Il buttafuori che ci attendeva era alto, grosso e muscoloso: sembrava l’uomo a datto ad incutere paura anche ai più temerari. Ci squadrò, ci controllò centimetro per centimetro prima di lasciarci entrare per pagare il biglietto di ingresso. Quando le porte si spalancarono sotto la spinta forzuta dell’ uomo della sicurezza la musica era assordante già da dove ci trovavamo noi. Le luci lampeggianti, stroboscopiche. Verde, viola, blu, suoni. Erano suoni privi di vero ritmo, ma con l’alcol che mi trovavo in corpo non potevo far altro che muovermi e ballare. Non ero mai stato un grande ballerino, ma non mi accorgevo di nulla, mi sembrava di essere da solo in pista e questo mi rattristava alle volte, ed altre mi rallegrava. Ero strano. Decisi che dovevo prendere un cocktail. Un altro. A stento riuscivo ad avanzare tra la folla, urtando qualcuno, toccando altri, chiedendo permesso sbiascicando parole indistinte e comunque che non si sarebbe mai sentite nel frastuono. Non sapevo più cosa stavo facendo. Marco non lo vedevo da quando aveva trovato una sua vecchia amica all’ Alcatraz ed erano quasi due ore che si trovavano sicuramente nel privè.

Arrivai al bancone: mi sembrò di aver corso o camminato per troppo tempo perchè ero stanco. Un negroni, grazie. Buttai giù 1/4 del bicchiere senza respirare, ma non era la sete che mi spingeva, ma solamente la voglia di bere, di disinibirmi, dimenticare e non pensare più a ciò che mi circondava e che mi faceva schifo. Stavo male. Dentro e fuori. Andai nella sala fumatori, cosa che, sapevo già, non avrebbe fatto altro che peggiorare la situazione. Lì, fortunamente, vidi Marco con la sua “amica”, entrambi eccitati e, si vedeva, vogliosi. Sdraiati l’uno sopra l’altra sul divanetto rosso. La lingua di lui nella bocca di lei e viceversa. Mi avvicinai di soppiatto, non avrei voluto disturbarli, non se fossi stato sobrio.

<<Ehm ehm…>> inizia mentre loro continuavano come se io non fossi stato lì e non avessi parlato a loro <<io sto male. Vado fuori a prendere dell’aria fredda per riprendermi. Ti aspetto lì. Quando vuoi>>. Parlavo a monosillabi ed intanto mi allontanavo da loro, per quanto il mio corpo me lo permettesse.

La testa girava forte. Sentivo le pulsazioni del sangue in ogni mia parte. Suonavano forte le mie vene sotto la pelle. La musicava rimbombava nella mia mente, un dolore assordante. Il sudore delle persone mi asfissiava, senza respiro raggiunsi solamente il centro della sala. Ero solo lì in mezzo. A fatica, arrancando, cercai di farmi spazio mentre ogni rumore, persono quello dei miei passi era caotico, pieno di incertezze, ambiguità e dubbio. Vidi l’immagine verde sfuocata dell’uscita d’emergenza stagliarsi sulla porta nera con il maniglione antipanico rosso. Antipanico. Sei mio. Pensieri senza senso. Lo volevo, era la mia via di fuga, la mia piccola e remota occasione. “E’ più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un uomo accedere alla porta del paradiso”. La Bibbia? Perchè sto pensando alla Bibbia? Bè, quella porta per me era come per quell’uomo quella del Paradiso. Sfiorai il maniglione e lasciandomi cadere su di esso lo aprii e mi accasciai al di là di esso, sul marciapiede. Ce l’avevo fatta, ma allora non era poi così difficile entrare in Paradiso!


Fuori l’atmosfera era decisamente cambiata, solo il rumore vago e monotone delle automobili rompeva il silenzio che in me però rimaneva immutabile. Sentivo il vociferare delle persone in fila per l’Alcatraz ma nulla mi turbava. Ero calmo. Ero a posto ora, anche se visibilmente ubriaco. Mi sedetti dall’altra parte della strada, sul marciapedi stavo con la testa appoggiato al ginocchio destro e con le braccia distese che toccavano l’asfalto. Tirai fuori dai pantaloni il pacchetto di Lucky Strike e accesi l’ennesima sigaretta. Le contai. Ne avevo ancora. Pensai che fossero abbastanza per passare il tempo prima che quell’arrapato di Marco uscisse a cercarmi. Ma a me andava bene così, senza fretta alcuna, perchè l’aria gelida sferzava e colpiva il mio volto con tremendo vigore. L’ebbrezza diminuiva i miei sensi perchè nonostante fossi rimasto solo con la camicia, non sentivo nè brividi, nè freddo. Era il mio momento, sentivo che stavo cambiando senza saperne il motivo. Sentivo che stavo migliorando ora l’unica cosa che mi serviva era avere Lei, perchè in un modo o nell’altro ce l’avrei fatta, stavolta senza timore, perchè lei mi avrebbe salvato da Carolina. Anche se non conoscevo il suo nome. Pensavo e sorridevo.

Due mani ghiacciate. Mi prendono. S’impadroniscono di me, del mio volto, del mio corpo. Mi girano, mi alzano, mi eccitano.

Le mani scivolano libere lungo le braccia, poi sui pettorali e giù sotto i jeans. Eccitato. Eccitato. Chi sei tu? Chi sei tu? La domanda struggente nella mia testa. Avrei voluto fermarla ma non ci riuscivo, troppo arrapato sebbene ubriaco. Il calore della sconosciuta è avvampante, mi riscalda e solo ora mi rendo conto di avere freddo. I peli delle mie braccia si rizzano, eccitato ed infreddolito. Le labbra mi tremano, non riesco a bloccarle, serrarle, chiuderle. Reggo il gioco di lei, giochiamo benissimo come degli esperti come se conoscessimo tutto l’uno dell’altro senza timore od esitazioni. Ora sono in piedi di nuovo. Le mani sue nella mia schiena, le unghie rabbiose mi graffiano, mi segnano. E le sue labbra?

Come una frustata e le sue labbra mi divorano, mi catturano. E’ un bacio potente, caldo, eccitante. Sentivo il suo sguardo aperto nel mio chiuso. Lo sentivo pressante. Il bacio continua. Un gioco stupedo di lingue e complicità. Come descriverlo non saprei se non dicendo sublime. Lì era buio. Tutto buio. Ma il calore che il seno semi scoperto della donna emanava era forte, bruciava. Avevo voglia di scopare. Volevo farlo, avrei voluto farlo. Mi scottai, le mie mani vogliose sbottonarono la camicietta senza nessuna resistenza, nè la mia, che non riuscivo a fermarmi, nè la sua che forse desiderava proprio la mia perdizione nella sua carne. Le mie mani lungo la schiena, sul suo seno, lo prendono, lo toccano, sfiorano, baciano, sentono. Non eravamo più in piedi, non eravamo più lì. Sentivo il tessuto morbido di un sedile in pelle nero. Sentivo il suo profumo intenso e nello mischiato al mio e a quello della mia macchina, lo riconobbi subito. L’ avevo scelto accuratamente. Le strappo con forza e con impeto l’ultimo bottone dei jeans. Avevo bisogno di tutto questo, forse il motivo per cui mi lasciavo andare alla passione sua ed al desiderio mio.

Siamo due. Siamo nudi. Sono io dentro di lei, complici perfetti, complici ignoti e bellissimi. Stavo scopando. Finalmente. Era passato troppo tempo dall’ultima volta con Carolina. Il ritmo era perfetto, era giusto per me e per lei, due sconosciuti innamorati. Stavo venendo, stavo venendo. “Il tempo medio di un rapporto sessuale dalla penetrazione all’ orgasmo è di 11 minuti.” Paulo Coehlo. Bellissimo libro. “Io sono la madre e la vergine, io sono la santa e la peccatrice.” Come nei film sentivo l’appannamento dei finestrini e le sue mani che li picchiavano, sudati, ed io sempre più arrapato e ormai non più ubriaco. Stavo venendo ed aprii gli occhi.

CAROLINA! Nel buoi della mia Honda Civic la riconobbi. Avrei dovuto saperlo dal primo bacio, avrei dovuto. Eravamo in sintonia come un anno fa e me ne sarei dovuto accorgere. Perchè tu? Stronza! Più dell’odio non v’è nulla, più dell’odio solo l’umiliazione è peggio. Sentiti troia, ho pregato l’istante dopo averla vista. Ero cattivo, ero crudele, egoista. Ma io lei non la volevo e non potevo sopportare ciò che era appena successo. Ti disprezzo, ti voglio vedere umiliata.

Rimisi i boxer bianchi, indossai i jeans e mi buttai fuori dalla mia stessa macchina. Mi sedetti lì di fianco con la schiena nuda appoggiata alla portiera appena chiusa. “και ηγαπεσαν οι ανθροποι το σκοτος η το ψως”. “E gli uomini preferirono le tenebre alla luce.” Giovanni, III, 19. Hai ragione Giovanni Evangelista. Ed io sono un coglione. Poi la vidi. Vidi lei. No, ti prego no no no! Cosa faceva qui? Perchè qui ed ora? Se potessi incontrarti Dio, e se tu per me esistessi, giuro che avrei due paroline da dirti per poi fare un bel discorso. Guardavo il cielo mentre quei tacchi affilati si avvicinavano sempre più conficcandosi nell’ asfalto. Era dannoso, era un colpo pesante, cattivo e meglio non saprei dire. Tac tac tac. Cazzo. Tac tac tac. No, lei non veniva qui. Invece si stava proprio avvicinando. La mia testa ora era vuota da tutto, alcool e pensieri erano svaniti, ma non ero più in grado di fare nulla, reagire o anche solo agire. Carolina nuda in macchina, lei vestita in strada. Il buio attorno a noi. lei non era sola. Due amiche dietro di lei, come delle spalle per sorreggerla.

Era favolosa, e non esagero nel dirlo, la guardavo dal basso all’ alto ma era stupenda comunque. Le collant nere lunghe, una minigonna bianca che lasciava immaginare qualunque cosa. Il giubbotto bianco con il cappuccio ornato di pelo sembrava proprio appartenerle. Poi il suo viso. I capelli neri ricci acconciati al modo migliore che io avessi mai visto, sontuosa, gli occhi verdi brillanti, profondi mi bruciavano forte là dove il suo sguardo puntava. Questi erano ingabbiati da occhiali rossi, appariscenti è vero, ma fini e divini che le davano quell’aria arrapante da segretaria in carriera. Incredibile che nonostante avessi appena fatto sesso, solo a vederla io fossi ancora eccitato. Sognai la sua bocca, inebriato di lei che così all’improvviso mi aveva zittito come non era invece accaduto il giorno stesso a scuola. Forse era la situazione? Carolina era ancora in macchina e lascia perdere. Sognai la sua bocca perfetta, carnosa, rossa, bella e la lingua che umida la rendeva al suo passaggio. Perdizione. Paradiso o Inferno? Quel rapido fluire costante di pensieri era durato solo pochi passi, ma lei era di fronte a me. Mi vide nudo, o quasi, e rimase sbalordita, senza parole. Mi alzai veloce. In piedi il mio corpo nudo, i muscoli tirati, vibranti in tensione. Aspettavo qualcosa, una sua parola, un “perchè?”.

<<Dobbiamo parlare, caro…>>. Vaffanculo. La voce proveniva da dietro le mie spalle. Carolina avrebbe dovuto star zitta. Non era il momento giusto. Non riuscivo a dire nulla, ma avrei voluto farlo per scusarmi con Lei. Lei mi guardò, sbuffò e mi disprezzò allontanandosi seguita dalle due amiche che fecero il suo stesso gesto. Piansi. Piangevo. Piango e mi giro verso il finestrino accorgendomi solo in quell’istante che lei era ancora nuda, il seno appoggiato al vetro e all’interno nel buoi della macchina s’intravedeva il suo culo. Stavo piangendo. <<Perchè sei una stronza approfittatrice ed io solo un misero bastardo ingenuo?>> ci impiegai due minuti a dire queste parole perchè la rabbia e le lacrime mi spezzavano la voce. <<Perchè mi manchi e tu sei ancora innamorato di me.>> lo disse in un modo così naturale e privo di espressione che sembrò ancora più vero di quanto apparentemente lei volesse dire. <<Vaffanculo!>> pausa. <<Ti porto a casa, dov’è?>> <<A casa tua>> ancora sempre troppo naturale. <<VAFFANCULO!!!>> questa volta lo urlai nel silenzio della notte senza rendermene conto. Eravamo ancora divisi dalle lamiere nere che componevano la mia macchina. Mi passò la camicia nera abbandonata sul sedile e prima ancora di averla abbottonata mi misi al posto di guida, accesi la Honda e affondai il mio piedi sull’acceleratore. Libero di viaggiare!

La velocità mi rendeva libero ed io “vivo la vita a 1/4 di miglio alla volta”. Fast and Furious. Volevo sentire il freddo penetrarmi in gola, soffocarmi, uccidermi e liberarmi da tutto. La radio pareva prendersi gioco di me mentre la voce di Gianluca grignani urlava le parole di “Con la mia storia fra le dita”. Lei se n’era andata ed era tornata, lei era Carolina. Lei, l’altra lei era arrivata e se n’era andata, forse per sempre, forse no. Non lo so. Cosa potevo fare allora? Per riaverla, per dimostrarle che in realtà quello non ero io, non avrei voluto esserlo. Ora però dovevo pensare a dove portare quella donna che non avrei voluto conoscere seduta al mio fianco. Io ero muto. Lei sorrideva. Stronza. Io ero preoccupato. Lei sorrideva. Stronza. Io ero triste. Lei sorrideva. Stronza. Potevo prenotarle una stanza in un Motel. Oppure avrei potuto chiedere a Marco che probabilmente ora si stava chiedendo dove fossi sparito con la macchina. Avrei potuto ma non lo feci perchè inconsapevolmente imboccai la tangenziale che ci avrebbe portati entrambi a casa mia. Sempre veloce. Le luci al nostro fianco. Perchè parlavo al plurale? Significa che siamo uniti! Le luci al suo ed al mio fianco correvani in fasci risplendenti fastidiosi alla vista. Ci accompagnavano sempre, senza abbandonarci, veloci come noi. Uscita “Centro”. Sterzo lentamente premendo a fondo il pedale del freno così che lei, ormai addormentata si svegliasse di colpo. Sorrisi soddisfatoo. Destra, sinistra, sinistra. Inchiodo. Apro il garagre e parcheggio l’auto bruscamente. <<Mi porti in braccio?>>

<<Scherzi?>>

<<No…>>

<<Scordatelo. Toglitelo proprio dalla mente>>.

Questa ragazza non aveva proprio il minimo senso del pudore. L’accompagnai di sopra aprendole la porta e mostrandole dove avrebbe potuto trovare le coperte e dove avrebbe dovuto dormire: sul divano. Io dovevo andare a prendere Marco, abbandonato probabilmente di fronte all’uscita dell’ Alcatraz, al freddo perchè il suo giubbotto l’avevo io in macchina. Guidai veloce, come se fossi inseguito, come in una pista da rally ed arrivai alla discoteca ancora prima che la canzone fosse terminata: “Morning calls” dei Dashboard Confessional. Il mio amico mi riconobbe subito e saltò in macchina ancora in preda ai brividi e mentre mi ordinava di accendere il riscaldamento mi chiese << Dove diavolo eri finito, Piz?>> Avevo tempo di raccontargli tutto mentre sul suo volto l’espressione che si dipingeva era sempre più attonita ed incredula. A tratti boccheggiava, forse contento perchè avevo scopato, forse preoccupato perchè sapeva già quale sarebbe stata la mia reazione dei prossimi giorni, mesi. Mesi era più adatto perchè ancora il pomeriggio appena trascorso avevo sognato di Carolina ed ero stato male.

Piazza Castello. Ore 03.15. Salutai Marco sbadigliando.

<<Stai tranquillo Piz, non ti devi prendere male solo per lei>>.

<<Ok ok>>. Avevo fretta di andare a dormire, a riflettere su questa giornata troppo lunga <<Ciao Marco>> mentre la mia Honda scattava in avanti e sentivo il saluto remoto del mio migliore amico <<We!>>.

Dio sì, è finita! Ore 03.23.

Butto via i vestiti sulla sedia nella mia stanza ancora buia, rimango in boxer, controllo il cellulare sicuramente ancora vuoto, nè chiamate, nè SMS. Nulla. Solo io. Mi lascio scivolare sotto le coperte. Avevo solamente voglia di abbandonarmi ad Hypnos. Al sonno. Chiusi gli occhi azzurri che risplendevano nella stanza. Dormire. Dimenticare.

<<Ciao…>> non sapevo se fossero passate ore, minuti o secondio, ma lei era in perizoma di fronte a me. Non riuscii a dire nulla, incapace di capire e di comprendere anche solamente il motivo. Si stende di fianco a me. E’ calda. Come prima. E’ terribilmente sexy come me la ricordavo. Mi bacia. La sua lingua furiosa. Le sue mani nel mio corpo sfilano veloci i boxer. Sopra di me ed io immobile ma arrapato. E piansi.

Ricordo che un mio vecchio amico mi disse <<La cosa più brutta che ti può capitare è piangere mentre scopi>>. Aveva ragione, ero triste, piangevo e stavo facendo sesso. In lei mi abbandonai complice trovando riparo, calore, affetto. Passione. Tutta la notte. 06.47.

In questo orgasmo di corpi e sudore però, pensavo solamente a Lei.


Ma come ti chiami, dolce ragazza perduta?